giovedì 3 febbraio 2011

Unica nux...prodest...

Unica nux prodest, nocet altera, tertia mors est.
Una sola noce giova, la seconda nuoce, la terza è la morte.
Qui il senso pare chiaramente voler indicare che l'abuso delle noci è dannoso, tanto più che il verso seguente dice: Judico de nucibus plus valet una tribus.
( Giudico che delle noci sia meglio una sola di tre). Ma Arnaldo da Villanova, seguendo Avicenna, dice trattarsi invece di tre noci diverse, cioè la noce moscata, la noce comune e la noce vomica.
G. Fumagalli: ( manuali hoepli).

venerdì 19 novembre 2010

Certezza matematica.

Spesso, per intendere che una cosa è assolutamente certa, che non c'è possibilità di errori, di dice certezza matematica.
Infatti, molte affermazioni della scienza che un tempo erano date come sicure, in seguito a nuovi studi si sono dimostrate erronee, ma cinque e cinque erano uguali a dieci anticamente, così oggi e così sarà nel più lontano avvenire.
Dal libro di D.Provenzal "Perchè si dice così?
Ed. Hoepli.

mercoledì 29 settembre 2010

Manzoni Alessandro...



... (Milano 7 marzo 1785 ivi 22 Maggio 1873).
Scrittore tra i sommi d'Italia, figlio di Pietro e di Giulia, figlia di Cesare Beccaria.
Educato presso un collegio di religiosi.

venerdì 24 settembre 2010

ROMA E NAPOLI.

Che contrasto la campagna di Napoli e quella di Roma!
Questa è l'unità, quella la varietà; Roma il sublime, Napoli il bello; la città eterna è la maestà; la città delle Sirene la grazia e il sorriso. Come ben disse un insigne scrittore e statista spagnuolo, Emilio Castelar, in Roma odesi il canto severo dei secoli simile al canto solenne dei profeti biblici; in Napoli il coro delle antiche e serene divinità greche. Le voci melodiose delle strade di Napoli, i canti ora gioiosi ora sentimentali, i crocchi e i campanelli rumorosi, la letizia del vivere, i balli e i concerti all'aria libera, il vario spettacolo dei giardini e dei caffè, i richiami melodici dei venditori vi dicono tutte le ore del giorno che voi siete in una città beata, la cui vita è una continua festa. Vi è qualche cosa del Vesuvio, qualche cosa de' suoi ardori, della sua variabilità, nella mobile e fervida natura de' Napoletani, che sembrano vivere col sorriso sulle labbra. Chi può dire il fascino di questa terra incantata? Come ha notato Renato Chateaubriand, la campagna romana ha un aspetto più grandioso e più austero; ma i dintorni di Napoli sono forse più appariscenti che non quelli di Roma. "Quando il sole arde e la luna, larga e rossa, si alza sopra il Vesuvio, come un globo lanciato dal vulcano, la Baia di Napoli, con le sue rive cinte di aranci, le montagne remote, l'isola di Capri, la costa di Posillipo, Baia, Miseno, Cuma, l'Averno, i Campi Flegrei e tutta quella dolcezza virgiliana, presenta uno spettacolo magico". Sorriso magico e cielo incantato sono la poesia di Napoli; grandezza e fede la poesia di Roma

Ottavio Giovannelli. Editrice S.E.I

martedì 21 settembre 2010

Leopardi Giacomo.



... (conte) uno dei maggiori poeti italiani. Poeta del dolore,che fu retaggio della sua vita e a cui improntò poesie e prose.

sabato 18 settembre 2010

Tu ammazzi un uomo morto.

Ricordiamo un episodio della battaglia di Gavinana (3 agosto 1530). Il castello
di Gavinana, ove si combatteva l'ultima battaglia per la libertà fiorentina era strenuamente difeso da Francesco Ferruccio. Allorché questi fu ferito a morte, il capitano nemico Fabrizio Maramaldo, volle che gli fosse condotto davanti, lo fece disarmare e poi lo coprì di ingiurie alle quali Ferruccio fieramente rispondeva. Alla fine Maramaldo con una pugnalata vigliaccamente l'uccise.
- Tu ammazzi un uomo morto! - gridò Ferruccio: e furono le sue ultime parole.
Parole celebri che si usano anche oggi a bollare una grande vigliaccheria.

Dal libro di D. Provenzal " Perchè si dice così ?

domenica 22 agosto 2010

L'araba fenice.

Gli antichi Egiziani favoleggiavano di un uccello miracoloso, il quale viveva cinquecento anni, poi si gettava su un rogo e dalle proprie ceneri usciva ringiovanito.
Quest'uccello si chiamava l'araba fenice.
Oggi si dice l'araba fenice per indicare qualcosa di miracoloso (per esempio un uomo d'immenso ingegno) o anche qualcosa che non esiste.

Il poeta Pietro Metastasio scrisse:

Come l'araba fenice.
che vi sia ciascun lo dice
dove sia nessun lo sa.

venerdì 13 agosto 2010

Lino.

Il nome di Lino è ricordato in un ritornello lamentoso che veniva cantato dai Greci dell' Asia Minore, pare in ricordo di un figlio di Urania morto per mano di Apollo geloso della sua abilità nella musica, o figlio di Apollo e della principessa Psamate, figlia del re di Argo. Quando nacque Lino venne abbandonato e fu divorato dai cani randagi. Per questo motivo Psamate fu condannata a morte, mentre in onore di Lino fu istituito un culto, durante il quale venivano sacrificati tutti i cani randagi che vevivano trovati, e si cantava, invocandolo, il nome di Lino.

Dal dizionario dei mitidi G. D'Anna.

sabato 7 agosto 2010

BITONE.

Figlio di Cidippe, sacerdotessa di Era. Con il fratello Cleobi diede prova del grande affetto che nutriva per la madre trascinando il carro di una processione di ben 45 stadi, non essendo pronti i buoi da mettere sotto al giogo. La madre pregò la dea che ci fosse una ricompensa per tanto sforzo, e i due fratelli non si svegliarono più dal lungo riposo per la fatica compiuta.

Dal Dizionario dei miti di G. D'Anna

lunedì 2 agosto 2010

Passa un giorno, passa l'altro.

Nel 1856, Giovanni Visconti Venosta, scrittore milanese, un giorno si sentì chiamare dalla sua portinaia:
- Signor Giovanni, il mio ragazzo è disperato, perchè deve fare un componimento in versi; ha cominciato, ma non sa più andare avanti. Il tema è il ritorno del crociato.
-Beh! E il ragazzo che cosa ha scritto?
- Ha scritto questi due versi:
Passa un giorno, passa l'altro,
più non torna il prode Anselmo.
- Il principio va bene - risponde il Visconti; -
continuerò io:
Perchè egli era molto scaltro,
andò in guerra e mise l'elmo.

Ne venne fuori una delle più buffe, delle più divertenti poesie, la quale ebbe tanta popolarità che il primo verso si dice proverbialmente quando vogliamo intendere che uno si fa troppo aspettare.