venerdì 13 agosto 2010

Lino.

Il nome di Lino è ricordato in un ritornello lamentoso che veniva cantato dai Greci dell' Asia Minore, pare in ricordo di un figlio di Urania morto per mano di Apollo geloso della sua abilità nella musica, o figlio di Apollo e della principessa Psamate, figlia del re di Argo. Quando nacque Lino venne abbandonato e fu divorato dai cani randagi. Per questo motivo Psamate fu condannata a morte, mentre in onore di Lino fu istituito un culto, durante il quale venivano sacrificati tutti i cani randagi che vevivano trovati, e si cantava, invocandolo, il nome di Lino.

Dal dizionario dei mitidi G. D'Anna.

sabato 7 agosto 2010

BITONE.

Figlio di Cidippe, sacerdotessa di Era. Con il fratello Cleobi diede prova del grande affetto che nutriva per la madre trascinando il carro di una processione di ben 45 stadi, non essendo pronti i buoi da mettere sotto al giogo. La madre pregò la dea che ci fosse una ricompensa per tanto sforzo, e i due fratelli non si svegliarono più dal lungo riposo per la fatica compiuta.

Dal Dizionario dei miti di G. D'Anna

lunedì 2 agosto 2010

Passa un giorno, passa l'altro.

Nel 1856, Giovanni Visconti Venosta, scrittore milanese, un giorno si sentì chiamare dalla sua portinaia:
- Signor Giovanni, il mio ragazzo è disperato, perchè deve fare un componimento in versi; ha cominciato, ma non sa più andare avanti. Il tema è il ritorno del crociato.
-Beh! E il ragazzo che cosa ha scritto?
- Ha scritto questi due versi:
Passa un giorno, passa l'altro,
più non torna il prode Anselmo.
- Il principio va bene - risponde il Visconti; -
continuerò io:
Perchè egli era molto scaltro,
andò in guerra e mise l'elmo.

Ne venne fuori una delle più buffe, delle più divertenti poesie, la quale ebbe tanta popolarità che il primo verso si dice proverbialmente quando vogliamo intendere che uno si fa troppo aspettare.

domenica 25 luglio 2010

Paganini non ripete.

La frase è di uso comune e si adopera a volte stizzosamente, quando, dette parole di rimprovero, vogliamo far sapere, che non saranno ripetute, che una seconda volta, dalle parole passeremo ai fatti; si usa anche scherzosamente, quando qualcuno vorrebbe che ripetessimo una frase spiritosa, un discorso burlesco. E l'origine? Eccola:
Nicolò Paganini, genovese (i784-1840) violinista meraviglioso, forse il più grande d'ogni tempo, una sera del 1825 sonò davanti al re Carlo Felice. Questi, alla fine della sonata, entusiasmato, chiese il bis e il maestro rifiutò. Il re insistette e Paganini orgogliosamente gridò:
-Paganini non ripete.-
Tale insolente risposta gli fruttò l'espulsione dal Regno per due anni.
Forse il rifiuto derivò dal fatto che il grande maestro aveva improvvisato, come spesso gli avveniva, il pezzo di musica.

venerdì 16 luglio 2010

Il focolare.

Fu antichissimo uso presso i Romani di tenere nell'atrio, parte centrale della casa, un focolare ( focus ) di forma rotonda, non molto elevato da terra, costruito a guisa di un altare. Su questo altare era stretto dovere per il capo di famiglia di custodire il fuoco, giorno e notte. Guai alla casa, dove si fosse spento! Perchè ciò non accadesse, la sera prima di andare a letto, il padre o la madre o le figlie ricoprivano i tizzoni di cenere, perchè non si consumassero del tutto; la mattina seguente, il primo pensiero era di ravvivarli con nuove legna. Cos' il fuoco non cessava mai di brillare sul focolare, ed era, come dicono i poeti latini, fuoco vigile, fuoco assiduo, fuoco inestinguibile.
Questo fuoco nel concetto Romano, non era un fuoco come tutti gli altri.
La religione vietava che si alimentasse con alberi che non fossero felici. Inoltre doveva essere puro, cioè nessun oggetto vile o meno che pulito poteva esservi gettato dentro, nè azione cattiva poteva essere commessa alla sua presenza. Soltanto una volta all'anno poteva estinguersi senza peccato: il primo di marzo. Ma quanti riti e quante preghiere per riaccenderlo! Da una pietra focaia ripetutamente percossa da un ferro oppure da una tavoletta di albero felice, stropicciata faticosamente con un ramoscello pure di albero felice, si suscitava la nuova scintilla, che, applicandosi ad un mucchio di rami secchi, dava principio alla nuova fiammella. Così il fuoco tornava a risplendere per tutto l'anno, simbolo di una forza misteriosa e superiore, da cui la casa era come dominata e protetta.
Questo fuoco era divino. Quale fosse l'origine di questo dio, donde scaturisse l'inesauribile fonte dei suoi beni e delle sue ricchezze nessuno sapeva: ma era credenza che fosse un dio ricco, perchè dava alla casa tutto quello di cui aveva bisogno: il cibo, il calore, la salute. Era un dio forte, perchè sapeva, anche senza spada, difendere chi presso di lui avesse cercato un asilo. Lì erano sicuri anche i bambini e le donne. Era un dio indulgente e buono, come un babbo in mezzo ai figlioli, il quale può turbarsi, ma non perdere l'affetto per la famiglia.

giovedì 15 luglio 2010

Latinus grossus facit crollare pilastros.

Il significato della frase è molto chiaro: non c'è bisognp di avere studiato il latino per intenderla.
Essa si usa scherzosamente dai professori per burlare quei ragazzi i quali usano un latino così infarcito di errori da far crollare una casa.

Dal libro di D. Provenzal "Perchè si dice così.

domenica 27 giugno 2010

La manna.

Nella Bibbia si narra che i poveri Ebrei nel deserto soffrivano la fame e la sete, non ne potevano più. Ed ecco che dal cielo piovve una sostanza ignota che gli Ebrei raccolsero domandandosi l'uno all'altro: " Che cos'è? Che cos'e'?, ossia, nella loro lingua " manù, manù". L'assaggiarono: era di sapore squisito e toglieva a un tempo la fame e la sete. Stupefatti e contenti, ringraziarono il Signore che tale dono aveva mandato loro dal cielo.
Oggi si dice una manna qualunque dono insperato; e in tono di rimprovero si ammonisce che non bisogna starsene lì ad aspettare la manna dal cielo quando sivedono persone che non fanno nulla per migliorare le proprie condizioni in attesa di chi sa quale aiuto immaginario.

Dal libro di D. Provenzal "Perchè si dice così? Hoepli.

lunedì 21 giugno 2010

Pascoli, Giovanni...



S. Mauro di Romagna 1855- Bologna 1912 Poeta ( in italiano e in latino), critico, filologo, Prof. di grammatica greca e latina. Successe al Carducci, suo maestro, nella cattedra di letteratura italiana a Bologna.

lunedì 7 giugno 2010

Ludere non laedere.

Questo motto latino significa: " scherzare, ma non offendere ". Ed è motto giusto: si può benissimo schrzare senza offendere nessuno: uno scherzo innocente può anche far sorridere chi n' è l'oggetto, ma il linguaggio ingiurioso, schernitore, che umilia e fa soffrire deve essere bandito. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

Dal libro di D. Provenzal " Perchè si dice così? Ed. Hoepli.

mercoledì 2 giugno 2010

CIMA da Conegliano: i satiri.

Divinità minori della mitologia greca e romana rappresentata in forma umana con orecchi, zampe di cavallo.
Sono abitatori dei boschi ove assaltano e insidiano le ninfe, spesso restie, altre volte arrendevoli alle loro voglie.

Il quadro è di Cima da Conegliano, Giambattista.